la piscina di siloe
FiglNio, compi le tue opere con mitezza!

Hai preparato, o Dio, una casa per il povero.

È il ritornello che abbiamo ripetuto più volte al canto del salmo 67. Dio è Padre degli orfani e delle vedove e a loro, perché soli e posti ai margini della società, Dio fa abitare una casa.

Il sapiente Siracide, oggi, ci esorta a compiere le opere con mitezza, a farci umili perché dagli umili Dio ama farsi glorificare e ai miti rivela i suoi segreti.

Umiltà e mitezza per abitare la casa di Dio e conoscere i suoi segreti.

Una sapienza quella del libro del Siracide che non trova spazio nella società odierna, dove la povertà, l’umiltà e la mitezza sono considerati segni di debolezza. 

Chi è il povero, oggi, cercato?
Chi è il genitore che educa alla mitezza, oggi?
Chi ama l’umiltà?

Ma, forse, mitezza ed umiltà non appartenevano nemmeno alla società ebraica del tempo di Gesù.

È un giorno di sabato quello raccontato da Luca ed in questo giorno che appartiene a Dio Gesù compie un segno, guarisce un uomo malato di idropisia (guarigione omessa dal Vangelo che ascoltiamo oggi) ed è invitato a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare.

È bello notare come i farisei osservano Gesù e come Gesù stesso osserva gli invitati e il capo dei farisei.

I farisei osservano, vedono e sono testimoni di una guarigione in giorno di sabato da parte di Gesù. Lo interrogano sulla sua opera. Sono legati alla legge, alle prescrizioni. Sono schiavi della legge.

E Gesù da parte sua osserva, vede ed è testimone del comportamento degli invitati, tutti intenti a cercare i primi posti, e del capo dei farisei che ha invitato solo amici, parenti, fratelli e vicini.

Non è la logica del sapiente Siracide, non è la logica di Gesù, non è la logica del Regno di Dio.

Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. 

Ed ancora:  Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi.

Non si tratta di recitare un parte e occupare l’ultimo posto in attesa di essere chiamati ma di considerare la bellezza dell’altro invitato, scoprire e mettere in risalto tutto quanto di buono l’altro porta con se.

Come è difficile questo comportamento. Siamo più inclini a vedere nell’altro tutto il male possibile e chiudiamo gli occhi sul suo essere immagine somigliante di Dio, fratello di Gesù, figlio del Padre, Tempio dello Spirito Santo.

Invita poveri, storpi, zoppi e ciechi, sii loro amico, non giudicarli per non rendere te stesso povero, storpio, zoppo, cieco.

Al tempo di Gesù la malattia era considerata una causa del peccato: non ergerti a giudice, non conosci il cuore dell’altro ma amalo così com’è perché un giorno anche tu, allora, sarai amato dal Padre, anzi già da oggi il Padre ti ama così come sei e non te ne accorgi.

O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa:
ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato.

È la risposta dell’Assemblea eucaristica all’invito del celebrante a partecipare alla cena del Signore, a mangiare il suo Corpo e bere il suo sangue.

Come questa parola deve diventare nostra, dobbiamo inciderla nei nostri cuori: non sono degno, occupo l’ultimo posto ma Dio, per la sua grande misericordia mi invita ad andare avanti, ad occupare i primi posti. Non sono degno perché sono povero, zoppo, storpio, cieco è Dio prepara per me una casa da abitare.

Osserviamo le nostre assemblee eucaristiche, spesso dicono tutto il contrario. Chi amiamo chiamare ai primi posti nelle cosiddette grandi celebrazioni? Non di certo i poveri. Questi, i poveri, non hanno nome e per loro non ci sono mai posti riservati. Spesso abitano la porta della chiesa per tutto il tempo della celebrazione, in attesa, alla fine, di qualche briciola.
Come dovremmo riempire le nostre eucaristie di poveri e non solo per la Giornata del povero.
Come dovremmo ascoltare, essere obbedienti alla Parola che ascoltiamo nel giorno della domenica, metterla in pratica e non solo per la Giornata della Parola.

Gesù ha scelto di essere ultimo sempre: dalla nascita alla grotta di Betlemme tra i pastori, alla sua ultima Cena abbassandosi, lavando e asciungando i piedi dei discepoli fino alla Croce, occupando il posto centrale, quello riservato all’ultimo, al più grande malfattore.

Figlio, compi le tue opere con mitezza,
e sarai amato più di un uomo generoso.
Quanto più sei grande, tanto più fatti umile,
e troverai grazia davanti al Signore.

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