Questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. [XXXII Domenica del T. O. – ANNO B (11 novembre 2018)]

Due vedove, la vedova di Zarepta e la vedova del tempio. La prima, mentre va a prendere dell’acqua per il profeta che, nel frattempo le chiede ancora “prendimi un pezzo di pane” risponde: “Per la vita del Signore, tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po’ d’olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a prepararla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo”.

La seconda vedova, quella del Vangelo, getta nel tesoro del tempio due monetine, tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere.

Alla vedova di Zarepta il Signore per mezzo del profeta dice: “La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non diminuirà fino al giorno in cui il Signore manderà la pioggia sulla faccia della terra”» e “la farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elìa”.

La vedova del vangelo invece getta le due monetine nel tesoro del Tempio sapendo che in quel tempio passeggiano gli scribi in lunghe vesti che ricevono saluti nelle piazze e che amano avere i primi seggi nelle sinagoghe ma ancor peggio essi divorano le case delle vedove e pregano soltanto per farsi vedere. Ed ancora la vedova del tempio getta le due monetine nel tesoro di quel tempio che sta per essere distrutto, così come Marco racconterà nel capitolo successivo, il tredicesimo.

Davanti ai nostri occhi allora sta una vedova, quella di Zarepta che ascolta la parola del profeta e, nel compiere quella parola che sembra portarla alla morte, trova la vita.

Davanti ai nostri occhi la vedova del Vangelo e Gesù adesso nel Tempio chiede ai suoi discepoli di osservare la vedova che getta nel tesoro del tempio le due monetine, un soldo.

Mi piace pensare che la vedova del tempio conoscesse bene la salvezza ottenuta dalla vedova di Zarepta dal suo impastare tutta la farina per farne dono al profeta, altrimenti il suo gesto rimane assurdo ed incomprensibile.

Limitare allora l’episodio del Vangelo ad una lezione di morale sul valore della generosità mi sembra molto riduttivo. È necessario rileggere quel racconto alla luce del chicco di grano che se, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.
La logica della vedova è la logica del vangelo: nel donare tutto se stesso, la propria vita per ciò che apparentemente non serve ed è da distruggere, si trova la salvezza. Nella vedova del tempio, allora, e nel suo dono totale e assurdo possiamo leggere la parabola della morte di Gesù, sorgente di vita autentica.

Troppo poco parlare di generosità in questo giorno e alla luce di questo episodio.
Siamo chiamati invece a riflettere a partire dal racconto della vedova di Zarepta su quanto viviamo ed incarniamo la Parola che ascoltiamo.

Siamo chiamati a riflettere a partire dal racconto della vedova del tempio su quanto compromettiamo la nostra vita per il vangelo. Compromettere la vita per il vangelo è gettarla via apparentemente per ciò che non conta, per un mondo che sempre più definiamo senza valori e senza Dio, sapendo che da questa assurdità, quasi scandalosa, si ergerà la vita autentica.
Non imitiamo nel nostro vivere gli scribi, il loro egoismo e la loro sete di potere, che, mentre porta loro a divorare le case delle vedove, ci fa assistere a tragedie frutto di una logica mondana e contraria al vangelo ma per nulla vincente perché solo nel donare tutto se stesso vi è vita autentica.
Imitiamo la vedova e, consapevoli della nostra miseria, gettiamo nel tesoro del Tempio tutto quello che abbiamo per vivere. Doniamo la nostra vita, anzi, in modo assurdo e quasi illogico, gettiamo la nostra vita per il Vangelo e, se con esso saliremo in alto fino ad abitare il monte della Croce, faremo esperienza del chicco di grano che caduto in terra muore e porta molto frutto.

Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.

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